Quando l’arte riattiva lo sguardo e costruisce nuove forme di relazione, un percorso di ArtVocacy® – ForMattArt con Alice Marinoni, Alice Patriccioli, Antonella Orlando.
Guarda QUI il video realizzato da Juan Sarzi e Stefano Donzelli.
Cos’è la pelle?
“Ci protegge, ci contiene, ci racconta.”
Da questa domanda semplice e radicale prende forma Skin to Skin, un percorso di ARTvocacy® di ForMattArt che attraversa corpo, linguaggio ed esperienza per aprire spazi di ascolto, espressione e relazione tra adolescenti e adulti. Il progetto si inserisce all’interno di Diario di un corpo, un dispositivo pedagogico che non si limita a documentare, ma restituisce senso ai processi educativi, dando forma a ciò che accade tra i ragazzi, nei loro sguardi, nei loro corpi, nelle loro parole .
La pelle: soglia tra identità e relazione
In Skin to Skin la pelle diventa una chiave di accesso per interrogare ciò che spesso resta invisibile. Non è solo superficie, ma soglia: luogo in cui si costruisce il sé e in cui si entra in relazione con il mondo. Il riferimento al concetto di Io-pelle di Didier Anzieu ci aiuta a comprendere questa profondità: la pelle è il primo spazio che contiene, protegge e mette in comunicazione. Prima ancora delle parole, è il corpo a costruire fiducia, distanza, contatto. Accanto a questa prospettiva, il dialogo con la ricerca artistica di Giuseppe Penone apre uno sguardo ulteriore: la pelle come materia viva, attraversata dal tempo, dalle impronte, dagli incontri. Una superficie che conserva tracce e racconta relazioni.
Riattivare lo sguardo
Uno degli elementi più sorprendenti del percorso è stato osservare come i ragazzi abbiano risposto con grande intensità alla possibilità di guardare il mondo in modo diverso. Attraverso strumenti di osservazione non ordinari, sono stati invitati a rallentare, a soffermarsi, a vedere davvero. In un contesto in cui spesso prevalgono velocità e automatismi, l’atto dell’osservare è diventato esperienza piena. Non è stato necessario arrivare alla produzione finale: bastava lo sguardo. Questo passaggio rivela un bisogno profondo. I ragazzi non sono saturi di stimoli, ma di stimoli già dati, già interpretati. Hanno bisogno di strumenti per leggere la realtà in modi nuovi, per esplorarla, per sentirla.
Lasciare tracce
Nel laboratorio artistico, ispirato a Penone, i partecipanti hanno raccolto impronte, sovrapposto segni, inciso e stampato superfici. Un gesto semplice, ma carico di significato.
Ogni contatto lascia una traccia.
Ogni incontro modifica.
Ogni pelle è stratificata.
Le stampe realizzate non sono solo immagini, ma testimonianze di relazioni. Raccontano un’identità in movimento, costruita nel tempo, fatta di segni visibili e invisibili.
La pelle parla
Il lavoro si è poi spostato nel linguaggio. La pelle è emersa come metafora viva nel nostro modo di dire:
“a fior di pelle”
“cambiare pelle”
“non stare nella pelle”
Come scrive Roland Barthes:
“Il linguaggio è una pelle: io sfrego il mio linguaggio contro l’altro.” Parola e corpo si intrecciano. Il linguaggio diventa esperienza incarnata.
Memorie tattili: il contatto che resta
Il cuore del percorso emerge nelle scritture dei ragazzi.
“Quando ci abbracciamo facciamo tum tum.”
“Abbracciare il mio papà mi fa sentire al sicuro.”
“Non mi piace se mi abbracciano, ma con lui è diverso.”
“Quanto vorrei l’abbraccio della mia mamma.”
Il contatto non è mai neutro. È sicurezza, rifiuto, nostalgia, desiderio. È presenza e distanza insieme. La pelle si rivela come una vera e propria mappa emotiva. Come scrive Vittorio Lingiardi, “è carta geografica emotiva: impallidisce, arrossisce, si accappona”. Il corpo diventa racconto.
Uno spazio che cambia tutto
La fase finale del percorso trasforma l’aula in uno spazio espositivo. Non più lezione, ma esperienza. I ragazzi attraversano lo spazio liberamente. Si fermano, osservano, ascoltano. E qualcosa accade: si lasciano coinvolgere. Raccontano. Prendono parola.
Quel tempo diventa loro.
Quando entrano gli insegnanti, l’atmosfera cambia immediatamente. Si percepisce “sulla pelle”. Questo passaggio rende evidente quanto il clima educativo sia fragile e quanto sia necessario costruire spazi realmente liberi dal giudizio. In questo contesto, anche il video diventa fondamentale: non spiega, ma accompagna. Non chiede, ma permette. “L’arte purifica l’aria, permette ai pori di dilatarsi, alle lacrime di uscire senza fatica.”
Una frase che resta
Alla fine del percorso, uno studente dice: “Non credo più nella scuola per come è fatta. Ma ci servirebbero molti più spazi come questi.”
Non è un rifiuto dell’apprendimento. È una richiesta. Una richiesta di senso, di ascolto, di autenticità.
Dalla distanza al contatto
Il progetto si colloca dentro una tensione educativa cruciale: quella tra distanza e bisogno di relazione in adolescenza. Come evidenziato dalle ricerche sull’attaccamento e dallo sviluppo neurobiologico, il corpo cambia, i confini si ridefiniscono, il contatto fisico si riduce . Skin to Skin non cerca di riportare indietro questa distanza, ma di trasformarla.
Dalla pelle come fusione alla pelle come confine consapevole. Dalla prossimità fisica alla prossimità emotiva e simbolica
L’arte diventa uno spazio terzo, non invade, ma connette, non impone, ma rende possibile.
Una pedagogia della pelle
Skin to Skin può essere letto come una vera e propria pedagogia della pelle.
Una pedagogia che parte dal corpo per arrivare al pensiero, che attraversa il sensibile per generare consapevolezza, che utilizza l’arte come mediazione tra esperienza e parola.
“Meravigliosa pelle che si rigenera di continuo, che lascia tracce di noi in giro per il mondo.”
Educare, in questa prospettiva, significa creare le condizioni perché queste tracce possano emergere, essere riconosciute e condivise.
Perché la pelle non è solo un confine. È il luogo in cui il mondo ci tocca.
