Smettiamo di raccontare i giovani solo quando fanno notizia. Ogni giorno giornali, televisioni e social costruiscono un racconto dei giovani fatto quasi esclusivamente di emergenze. Si parla di maranza, maranzine, violenza, baby gang, disagio, dipendenze, isolamento, devianza. È come se un’intera generazione esistesse solo quando accade qualcosa di negativo. Noi viviamo un’esperienza diversa. Ogni settimana incontriamo centinaia di ragazze e ragazzi nei quartieri, nelle scuole, nei centri di aggregazione, negli spazi di comunità, nei percorsi di educativa di strada e perfino negli istituti penali. E quello che vediamo è una generazione che ha un enorme desiderio di prendere parola. Lo fa con la musica, scrivendo testi Rap che parlano di identità, paure, discriminazioni, sogni, futuro, politica. Lo fa con il Teatro, mettendo in scena conflitti, domande e possibilità di cambiamento. Lo fa attraverso la Danza, il Writing, il Videomaking, la Fotografia, la scrittura autobiografica e le arti visive. Non sono semplici laboratori: sono dispositivi nei quali i giovani costruiscono pensiero, si confrontano, imparano ad ascoltare gli altri e trasformano esperienze personali in riflessioni collettive. Quando viene offerta loro un’occasione autentica, le ragazze e i ragazzi non restano in silenzio. Portano idee, opinioni, proposte. Interrogano gli adulti, chiedono di essere coinvolti nelle decisioni che riguardano i territori in cui vivono, immaginano modi diversi di abitare gli spazi pubblici e di costruire relazioni più giuste. Questo, però, raramente diventa notizia, eppure è proprio lì che si costruisce il futuro di una comunità. Non soltanto nei grandi eventi o nelle situazioni di emergenza, ma nelle centinaia di esperienze quotidiane in cui i giovani sperimentano la partecipazione, scoprono di poter incidere sulla realtà e comprendono che la loro voce può avere un valore pubblico.

Non vogliamo negare le difficoltà che molti adolescenti stanno attraversando, sarebbe irresponsabile, ma rifiutiamo un racconto che li riduce esclusivamente ai loro problemi. Una comunità che guarda i giovani solo attraverso la cronaca finisce per non riconoscere ciò che stanno già costruendo. Per questo, accanto al lavoro con ragazze e ragazzi, ForMattArt continua a investire nella formazione di artisti, educatori, insegnanti, operatori sociali, amministratori e cittadini. Perché il cambiamento non riguarda solo i giovani, riguarda anche gli adulti e la loro capacità di creare contesti nei quali le nuove generazioni possano esprimersi, sperimentare, assumersi responsabilità e contribuire alla vita della comunità.

Abbiamo bisogno di adulti che non occupino tutto lo spazio con le proprie risposte, ma sappiano fare spazio alle domande, alle intuizioni e alle visioni dei più giovani, adulti capaci di riconoscere il valore della partecipazione prima ancora del risultato, di accompagnare senza sostituirsi, di sostenere senza dirigere. In fondo è questa la sfida educativa che ci accompagna ogni giorno: non insegnare ai giovani quale futuro immaginare, ma costruire insieme a loro le condizioni perché il futuro possa essere pensato, discusso e realizzato. Fare spazio ai giovani significa, prima di tutto, fare spazio al possibile.

Grazie anche al progetto “Generazioni in transizione: il futuro organizzativo di ForMattArt” sostenuto da Fondazione Cariplo